Pastorizia e agricoltura accelerano l’erosione dei suoli alpini
Uno studio di lungo periodo rivela l’impatto umano sui fragili ecosistemi montani
L’impronta umana sulle montagne
Per millenni, le Alpi sono state considerate un ambiente selvaggio e incontaminato. Tuttavia, una nuova ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS, luglio 2025) rivela che l’uomo ha profondamente modificato questi ecosistemi fin dall’Età del Bronzo. Lo studio, condotto dal Centre national de la recherche scientifique (CNRS), analizza i sedimenti del lago del Bourget, in Savoia (Francia), per ricostruire la storia dell’erosione dei suoli alpini negli ultimi 10.000 anni.
Attraverso l’analisi della firma isotopica del litio nei sedimenti lacustri — confrontata con quella delle rocce e dei suoli attuali — i ricercatori hanno potuto quantificare con precisione il tasso di erosione causato dalle attività umane. I risultati sono inequivocabili: dal 1800 a.C. circa, con l’intensificazione della pastorizia, l’erosione dei suoli ha subito un’accelerazione drammatica.
Dal pascolo alla zappa: un’escalation millenaria
Le prime aree colpite furono le alte quote, dove il disboscamento per creare pascoli e il passaggio ripetuto dei greggi hanno reso il terreno estremamente vulnerabile. In seguito, con l’espansione dell’agricoltura — in particolare dopo l’epoca romana e con l’introduzione della zappa e della aratura — anche le zone di media e bassa quota hanno subito un’erosione spettacolare.
Secondo lo studio, il ritmo di perdita del suolo indotto da queste pratiche è risultato da 4 a 10 volte superiore rispetto al tasso naturale di erosione. Questo ha portato a un assottigliamento del suolo coltivabile fino a riportarlo a uno stato simile a quello dell’Olocene iniziale, circa 10.000 anni fa, quando la copertura vegetale era ancora scarsa e il suolo non si era ancora pienamente formato.
Attenzione: il suolo è una risorsa non rinnovabile
Il suolo fertile è la base della vita sulla Terra: ospita il 25% della biodiversità terrestre e immagazzina gran parte della materia organica del pianeta. Una volta eroso, impiega secoli — se non millenni — a rigenerarsi. Proteggerlo non è solo una questione agricola, ma una priorità ecologica globale.
Implicazioni per il futuro della montagna
Questi risultati non devono essere letti come una condanna delle pratiche agropastorali tradizionali, ma come un campanello d’allarme per gestirle in modo più sostenibile. Il suolo alpino è particolarmente fragile: pendenze accentuate, precipitazioni intense e temperature estreme lo rendono suscettibile a qualsiasi disturbo.
La ricerca del CNRS offre ora dati scientifici concreti per orientare le politiche di gestione del territorio. Ad esempio, il ripristino di siepi, terrazzamenti e pascoli rotativi potrebbe ridurre drasticamente l’erosione, preservando al contempo le attività economiche locali.
Per i giardinieri e gli appassionati di orticoltura, questa scoperta è un promemoria importante: anche in contesti domestici, le scelte agronomiche — come l’eccessiva lavorazione del terreno o la rimozione della copertura vegetale — possono contribuire all’erosione. Adottare tecniche di agricoltura conservativa, come la pacciamatura o la coltivazione senza aratura, non solo protegge il suolo, ma ne migliora la fertilità nel lungo termine.






